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La collezione Mario Sironi del Banco di Sardegna

Non tutti sanno che a Sassari, dove peraltro non mancano luoghi interessanti da visitare sia per l’arte che, soprattutto, per l’archeologia (valga per tutti il Museo Nazionale Sanna), esiste anche una preziosa testimonianza dell’Arte del Novecento: è la collezione di opere dell’Artista Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961); si trova nel Palazzo del Banco di Sardegna in Viale Umberto ed è collocata nel salone dove il Consiglio di Amministrazione tiene le sue riunioni; ma, per volontà del donatore – come si dirà più avanti – e per desiderio del Banco, la raccolta è aperta a chiunque sia interessato: tant’è che negli ultimi anni si è avuto un flusso crescente di visitatori, tra cui molte scuole e istituti d’arte. La “fortuna” di Sironi, dopo un lungo periodo di relativo silenzio, torna ad emergere con forza negli anni ’80, nell’ambito del più generale e rinnovato interesse per la vita artistico-culturale, le esperienze e le innovazioni degli anni Trenta. E’ proprio nel 1985, Sassari ha celebrato il centenario della nascita di questo illustre concittadino, con una grande mostra retrospettiva, voluta e patrocinata dal Banco di Sardegna. Sironi in realtà era un sassarese anomalo; nato a Sassari il 12 maggio 1885, il padre Enrico era un ingegnere di origine comasca e arrivò in Sardegna in quantofunzionario del Genio Civile. A ventisei anni firmava però l’impegnativo progetto del Palazzo della Provincia,che ora domina lo scenario della centrale Piazza d’Italia. Mario Sironi, secondo di sei figli, non aveva ancora due anni quando i genitori si trasferirono a Roma, al tempo dei lavori pubblici destinati ad arginare le piene del Tevere. A Roma fece tutti i suoi studi e si iscrisse alla facoltà di ingegneria, che poi abbandonò per iscriversi all’Accademia di Belle Arti. La Roma di inizio secolo, con quella cerchia di artisti che gravitava tra Giacomo Balla e la redazione dell’Avanti della Domenica dove Sironi esordisce come illustratore, è dunque per lui il luogo fondamentale della formazione. Gli stimoli sono vivi e molteplici: in particolare, qui il pittore conosce Balla, Boccioni e Severini; con Boccioni, soprattutto,mostra notevoli affinità artistiche; diventato suo grande amico ed estimatore, tenterà di inserirlo nelle file dei Futuristi, il movimento di cui a Sironi interessava soprattutto lo spirito interventista. La guerra, combattuta da volontario e la successiva adesione al Fascismo sono altre prove del suo intenso bisogno di partecipazione alla tumultuosa vita politica e sociale dell’epoca, sia pure in qualità di artista. Questo impulso troverà uno sbocco nel Gruppo dei sette pittori del Novecento, al quale egli dà vita nel 1922, con l’appoggio critico di Margherita Sarfatti, singolare figura di critica d’arte e di promotrice del ritorno alla classicità nell’arte.
Nel 1924 con i pittori del Novecento Sironi partecipa alla XIV Esposizione internazionale d’arte di Venezia, presentandovi due opere, L’allieva e L’Architetto, che diventeranno delle vere e proprie icone della poetica novecentista. Nel giro di pochi anni Sironi abbandona completamente la pittura da cavalletto per quella murale, atta a rispecchiare- nel suo modo di vedere - una concezione globale dell’arte, che rifacendosi al Rinascimento, unisca pittura scultura architettura. L’architettura è da sempre, del resto, il grande sogno dell’Artista, sia quando dipinge i paesaggi urbani sia anche – e soprattutto – quando costruisce le figure. Nessuno ha mai saputo, come lui, tradurre la solitudine e la bellezza della periferia, là dove sorgono gli edifici industriali- che sono le cattedrali laiche del secolo ventesimo. Al pari degli edifici urbani, anche le figure – giovani, pastori, donne, contadini- sembrano tagliati con l’accetta e collocati come grandi statue entro lo spazio. Le centinaia di metri quadri di affreschi (venti metri per dieci solo quello situato nell’Aula Magna dell’Università di Roma, più quelli nel Palazzo di Giustizia di Milano, nell’Aula Magna dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, nel Palazzo delle Poste a Bergamo), con i quali decorò gli edifici pubblici, costituiscono forse l’aspetto più originale della sua creatività. L’opera monumentale di Sironi, fatta di grandi pannelli, mosaici, affreschi, è tutta tesa a creare un nuovo legame tra pittura, scultura e architettura.
Alla grande mostra antologica del 1985 - forse la più ampia rassegna allestita sull’opera di questo artista del Novecento italiano (oltre 300 pezzi tra dipinti, tempere, mosaici, scenografie e bozzetti di costumi teatrali ecc) - ha fatto seguito la donazione al Banco di Sardegna di un gruppo di quaranta opere, generosamente concesse dalla sua compagna ed erede universale Mimì Costa. Sono 40 pezzi – olii, tempere, tecniche miste, disegni, sculture - che Sironi ha creato in un arco temporale molto vasto, dal 1926 al 1958, e che quindi offrono una eloquente anche se parziale testimonianza dell’imponente produzione artistica del Maestro. A questa raccolta si aggiungono altre due opere: un disegno donato dalla signora Aegle Sironi, figlia dell’artista, e un olio che era già di proprietà del Banco. Tra le opere donate, per la maggior parte inedite, fa spicco il grande dipinto Allegoria del lavoro, ritrovato nella primavera del 1985 ed esposto nella mostra celebrativa di Sassari. L’Allegoria è stata spesso concessa dal Banco per l’esposizione in importanti Mostre allestite di recente in Italia sull’opera del Maestro e sull’epoca artistica e culturale in cui Egli operò: ad esempio, una Mostra a Terni e una Rassegna a Bergamo. Per alcune analogie tra le immagini e gli elementi decorativi il dipinto è riconducibile ad uno degli studi preparatori dell’affresco Il lavoro (le opere e i giorni), eseguito da Sironi per la V Triennale di Milano nel 1933, quale risulta dalla documentazione fotografica, l’unica possibile, perché l’affresco andò distrutto. In quell’occasione egli dà vita ad una delle manifestazioni più alte della plastica italiana in un ciclo di affreschi dove figurano composizioni di De Chirico e Severini e per il quale egli stesso realizza, oltre a bassorilievi di terracotta di notevole valore, una delle sue più importanti pitture murali celebrative su tema del lavoro.
Fino al ’43 espone in molte grandi città europee e partecipa alle più importanti rassegne internazionali. A guerra conclusa si raccoglie nel suo studio milanese e ritorna alla pittura da cavalletto, che assume toni sempre più cupi e drammatici.Muore il 13 agosto del 1961, lo stesso anno gli viene conferito il grande premio “Città di Milano”. L’anno seguente viene allestita un’ampia e rigorosa retrospettiva alla XXXI Biennale di Venezia.


Maria Grazia Cadoni
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